Attacchi di panico: quando il corpo si spaventa di sé stesso


Il cuore che accelera all’improvviso. Il respiro che si blocca. La sensazione che qualcosa di terribile stia per succedere — un infarto, un collasso, la perdita del controllo. E poi, quando finalmente passa, qualcosa rimane: la paura che ricapiti.

Se hai vissuto un attacco di panico, sai che è un’esperienza difficile da descrivere a chi non l’ha mai attraversata. Il corpo sembra tradire, e il fatto che “tutto sia normale” dal punto di vista fisico non aiuta a sentirsi meno spaventati.

La buona notizia è che il disturbo di panico è uno dei più studiati e trattabili in ambito psicologico. Come psicologa e psicoterapeuta a Modena, lavoro spesso con persone che hanno convissuto con gli attacchi per mesi o anni, spesso riducendo progressivamente la propria vita per evitarli. Questo articolo spiega come funzionano — e come si lavora per uscire dal circolo.


Cosa succede durante un attacco di panico

Un attacco di panico è un episodio di paura intensa che raggiunge il picco in pochi minuti, accompagnato da sintomi fisici e cognitivi che possono essere molto disorientanti:

Sintomi fisici: palpitazioni e tachicardia, sensazione di soffocamento o fiato corto, vertigini, tremori, nausea, formicolii, brividi o vampate di calore, dolore o pressione al petto, sudorazione.

Sintomi cognitivi: paura di morire (spesso scambiata per infarto), paura di impazzire o di perdere il controllo, sensazione di irrealtà o di essere distaccati dal proprio corpo (derealizzazione e depersonalizzazione).

Il primo attacco è quasi sempre inaspettato, si manifesta “a ciel sereno” e spesso porta al pronto soccorso — dove gli esami risultano nella norma, aggiungendo confusione a paura. Nei mesi successivi gli attacchi possono diventare più prevedibili, legandosi a situazioni o luoghi specifici.


Il circolo del panico — perché non si risolve da solo

Il vero problema non è l’attacco in sé: è quello che succede dopo. Si instaura un meccanismo preciso che in psicologia viene chiamato “paura della paura” — e che tende ad autoalimentarsi.

Funziona così: dopo il primo episodio, il sistema nervoso rimane in allerta. Qualsiasi sensazione fisica — un battito più forte, una fitta al petto, un po’ di giramento di testa — viene interpretata come segnale di pericolo imminente. Questa interpretazione attiva l’ansia, che a sua volta amplifica le sensazioni fisiche, che vengono percepite come ancora più minacciose: il corpo si spaventa delle reazioni del proprio corpo, in un circolo che si stringe sempre di più.

A questo si aggiungono tre meccanismi che sembrano protettivi ma in realtà mantengono il problema:

  • L’attenzione selettiva — il corpo viene monitorato costantemente alla ricerca di segnali d’allarme, rendendoli ancora più evidenti
  • I comportamenti protettivi — respiri profondi, sedersi, appoggiarsi a qualcosa — danno sollievo momentaneo ma confermano al cervello che c’era davvero un pericolo da cui difendersi
  • L’evitamento — smettere di guidare, di prendere l’ascensore, di andare in luoghi affollati — abbassa l’ansia nel breve termine ma restringe progressivamente la vita, alimentando l’idea che quelle situazioni siano davvero pericolose

Nel tempo, l’evitamento può evolvere in agorafobia: la difficoltà a trovarsi in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile allontanarsi o ottenere aiuto in caso di attacco.


Il ruolo del corpo — perché il panico non è “solo nella testa”

Un aspetto spesso sottovalutato nel trattamento del panico è la dimensione corporea. Il sistema nervoso autonomo — quello che regola la risposta di allarme — non “ragiona”: reagisce. E quando è stato attivato ripetutamente, può rimanere cronicamente in uno stato di allerta, con il corpo sempre leggermente teso, pronto a scattare.

Nel mio lavoro utilizzo anche strumenti della Terapia Sensomotoria — un approccio che lavora direttamente con le sensazioni fisiche, il respiro e la postura — per aiutare il sistema nervoso a riconoscere che il pericolo non è reale e a tornare a uno stato di maggiore calma. Questo si rivela particolarmente utile quando il panico ha radici in esperienze stressanti o traumatiche pregresse, in cui il corpo ha “memorizzato” una risposta di emergenza che continua a riattivarsi nel presente.


Panico e trauma — un legame spesso trascurato

Non sempre gli attacchi di panico nascono dal nulla. In molti casi il primo episodio è preceduto da un periodo di forte stress, da un evento destabilizzante o da una storia di esperienze traumatiche — anche lievi, anche lontane nel tempo — che il sistema nervoso non ha mai del tutto elaborato.

Quando questo è il caso, lavorare solo sul meccanismo del panico non è sufficiente: è necessario andare anche alle esperienze che lo hanno reso possibile. Per questo, accanto alla psicoterapia cognitivo-comportamentale, utilizzo la terapia EMDR — un approccio evidence-based specifico per il trattamento del trauma e delle memorie emotivamente cariche che continuano a influenzare il presente.


Come si lavora — il percorso terapeutico

Il percorso che propongo nel mio studio a Magreta (Modena) per il disturbo di panico è integrato e segue le linee guida internazionali, adattandole alle caratteristiche specifiche di ogni persona.

Le fasi principali del lavoro:

Psicoeducazione — capire cosa succede realmente durante un attacco di panico, come funziona il circolo della paura della paura e perché i comportamenti protettivi mantengono il problema invece di risolverlo. Questa fase da sola produce spesso un primo significativo alleggerimento.

Ristrutturazione cognitiva — identificare le interpretazioni catastrofiche che amplificano i sintomi fisici (“sto avendo un infarto”, “sto impazzendo”) e imparare a valutarle in modo più realistico.

Esposizione graduale — avvicinarsi progressivamente alle situazioni evitate, in modo controllato e con gli strumenti giusti, fino a riacquistare la libertà di movimento e di vita che il panico aveva sottratto.

Lavoro con il corpo — tecniche di regolazione del sistema nervoso attraverso il respiro, la postura e la consapevolezza corporea, per ridurre lo stato di allerta cronico.

EMDR — quando gli attacchi hanno un’origine traumatica, per rielaborare le esperienze che li alimentano.

Prevenzione delle ricadute — riconoscere i segnali precoci, consolidare gli strumenti acquisiti, costruire una relazione diversa con le sensazioni fisiche.


Prenota un colloquio — Studio a Magreta (Modena) e online

Non devi aspettare che gli attacchi diventino più frequenti o che la tua vita si restringa ulteriormente per chiedere aiuto. Prima si interviene, più è semplice interrompere il circolo.

Ricevo nel mio studio a Magreta, in provincia di Modena, facilmente raggiungibile da Modena, Formigine, Sassuolo, Rubiera e Reggio Emilia. È possibile effettuare i colloqui anche online, con la stessa attenzione e riservatezza della seduta in presenza.

📞 340 28 71 106 ✉️ eleonora.bucciarelli@hotmail.it 🌐 eleonorabucciarelli.it/contatti


Eleonora Bucciarelli — Psicologa e Psicoterapeuta a Modena. Approccio integrato: Cognitivo-Comportamentale, EMDR, Terapia Sensomotoria. Studio a Magreta (MO) — Via Marzaglia 90. Consulenze online disponibili.

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