PERCORSO

~ Non ci sono maestri ~

Tutto è RITMO: la vita, per mantenersi tale, non può raggiungere uno “stato” e fermarsi lì, deve poter fluire liberamente in un’alternanza di cicli fatti di inizi e di chiusure, che si trasformano in nuovi inizi e poi nuove chiusure, e così via… Non è diversa dall’alternarsi del giorno e della notte, del sole e della pioggia: se ci fosse per sempre bel tempo la vita cesserebbe di esistere, così come se fosse sempre notte o sempre giorno. Nessuno pretende di fermare il tempo quando il sole ha raggiunto la sua massima altezza e così dovrebbe essere il modo in cui noi attraversiamo la nostra esistenza: ogni tentativo di arrestare il ritmo della nostra vita ad un determinato momento, di impedire cioè l’alternanza delle fasi che la caratterizzano, conduce all’insorgenza di un problema, o di un sintomo, più o meno grave e cronico a seconda di quanta resistenza facciamo, di quanto ci opponiamo a ciò che ci accade e che fa parte dell’esistenza, nella pretesa di fermare le cose “così come sono” o di volerle per forza modificare secondo quelle che sono le nostre convinzioni. A volte tentiamo consapevolmente di arrestare il ritmo (questo avviene ad esempio quando rifiutiamo con forza la fine di una relazione o di un incarico lavorativo,…) mentre altre volte questa interruzione avviene al di fuori della nostra volontà o consapevolezza come, ad esempio, nel trauma. Il trauma è un arresto del tempo che si blocca nel passato, il ritmo viene interrotto da qualcosa che ci impedisce di continuare a fluire nel presente e ci fa rimanere fermi in una sorta di cortocircuito emotivo da cui pare non ci sia mai via d’uscita.

Il percorso vuole essere uno strumento per rendere la persona autonoma nell’autosservarsi ed autoascoltarsi allo scopo di riattivare il ritmo che si è interrotto promuovendo una capacità insita in ognuno di noi, ovvero quella di autoguarigione, per non dover dipendere da terapeuti, counsellor o maestri vari per tutta la vita, come talvolta accade, finendo per credere che l’altro detenga il potere di farci stare meglio. Tutti abbiamo questo potere, va solo scoperto.

Ogni psicoterapia ha un suo orientamento di base, in questo caso cognitivo comportamentale, ma ogni approccio può essere integrato con contributi provenienti da altri approcci (psicodinamico, sistemico, energetico, olistico…) per renderlo maggiormente completo e “adattabile” al singolo individuo, evitando così di applicare in modo indistinto sterili protocolli che non tengono conto delle peculiarità dell’individuo. All’interno di questo percorso vengono utilizzati all’occorrenza diversi strumenti, oltre al classico colloquio, che spaziano dall’ormai noto EMDR, alla schema therapy, integrandosi con esercizi derivanti dalle costellazioni familiari fino ai Sistemi Familiari Interni.

Altro aspetto molto importante quando si intraprende un percorso di qualsiasi natura, per quello che mi riguarda, è il concetto di responsabilità. L’assunzione della responsabilità rispetto alla nostra situazione (responsabilità, non colpa) è il principale fattore di benessere della vita di chiunque. Se accetto di assumermi la responsabilità del mio benessere, senza affidarla all’altro o al caso, allora divento davvero padrone della mia vita e responsabile della mia felicità: se non sono direttamente responsabile di un evento negativo in sé sono, infatti, comunque responsabile di come lo affronto. Ogni volta che faccio finta di niente, che tollero le imposizioni degli altri per essere accettato, che dico sì anziché no, che rinuncio a me stesso e ciò che mi nutre davvero, faccio scelte che mi portano ad uno stato di sofferenza. Assumersi la responsabilità significa accettare la sfida di rompere i propri cicli disfunzionali, uscendo dalla zona di comfort, per aprirsi ad un campo di possibilità molto più vasto e spesso inesplorato a causa delle nostre convinzioni limitanti. Il prezzo da pagare è naturalmente il confronto diretto con le proprie paure (spesso irrazionali) che non può essere evitato. E’ sempre più frequente, infatti, imbattersi in professionisti di vario genere che propongono determinate tecniche di lavoro come risolutive, facili, rapide, sempre indolori e, per questo, molto affascinanti e in grado di attirare clientela. Non si pensa, invece, a quanto oltre essere poco realistiche, finiscano anche per mettere il paziente in una posizione di passività rispetto a se stesso, dove è solo compito dell’altro risolvere i problemi sollevando la persona dalla propria responsabilità nel quotidiano. L’immagine che ne esce è quella di una persona inerme su un lettino mentre viene operata e guarita, ma questo si addice ad una sala operatoria, non ad un contesto di psicoterapia dove, al contrario, il paziente non viene salvato quanto piuttosto accompagnato verso l’autonomia affrontando tutto ciò che serve senza giudizio e con atteggiamento accogliente.

Il percorso individua quindi la tendenza di ognuno di noi a ricorrere agli stessi rigidi schemi di pensiero che influenzano le emozioni e, di conseguenza, il modo di agire che diventa rigido e ripetitivo esattamente come i pensieri che stanno alla base, per promuoverne il cambiamento. Promuove inoltre la capacità di riconoscimento di ciò che, seppure non modificabile nel presente, può ugualmente essere elaborato interiormente, cogliendo il significato di ciò che è successo per approdare ad un evoluzione con più consapevolezza di prima.